“Una nuova forma di Bellezza | A new kind of Beauty”

La prefazione al Catalogo BeDifferent Edizione Zero 2017, nota del Curatore.

Che forma ha la bellezza? Al di là di ogni relativismo culturale, parliamo di bellezza quando godiamo di qualcosa per quello che è, sospendendo il giudizio estetico. L’interrogativo che pone la mostra non è una provocazione, ma una riflessione sul concetto (in)formale di bellezza, attraverso una nuova e più vitale relazione tra percezione e emozione.
Senza soluzione di continuità, accanto alle grandi installazioni concettuali di Marco Guglielmi convivono le opere pittoriche di Re.Mi. la cui danza macabra celebra la fine della tirannia dell’omologazione culturale ed estetica della nostra epoca.

Which is the shape of beauty? Beyond all cultural relativism, we talk about beauty when we enjoy something for what it is, suspending aesthetic judgement. The question this exhibition is posing is not a provocation, but a reflection on the concept of (in)formal beauty, through a new and more vital relationship between perception and emotion. 
Seamlessly, alongside the great conceptual installations of Marco Guglielmi live the small pictorial works of Re.Mi., whose danse macabre celebrates the end of tyranny of the aesthetic homologation in our times.

Possono essere definite “belle”, le loro opere? Solo con un grosso sforzo di volontà potremmo trovare attraenti, seducenti, accattivanti un topo morto sotto resina, una vecchia macchina rugginosa e fatiscente, un ghigno che distorce il volto in una smorfia spaventosa. Eppure, sono opere di indicibile bellezza.
Quella di Re.Mi. è una pittura da psicotico, da recluso, da internato. Eppure, le sue figure oblunghe, le deformazioni prospettiche, i colori innaturali e oscuri proclamano con voce chiara e forte il diritto e il privilegio della propria speciale unicità, producendo in noi che guardiamo – oltre la prima impressione che va dal terrifico al repulsivo – un’immediata espansione di coscienza vitale.

Can they be called “beautiful”, their works? Only with a great effort we could find something attractive, seductive, captivating in a dead mouse under resin, a rusty and ratty old machine, a sneer distorting the face in a frightening grimace. Yet, these are works of unspeakable beauty. RE.MI.’s art is the art of a psychotic, a detainees, a patient in a psychiatric hospital. Yet, his oblong figures, the perspective deformations, the unnatural and obscure colors proclaim in a clear and strong voice the right and privilege of his special uniqueness, and produce in us – beyond the first impression that goes from terrifying to repulsive – an immediate expansion of vital consciousness.

E sentirsi vivi, di questi tempi, non è poco. Per lo più, ci limitiamo a sopravvivere in un oceano sconfinato di bruttezza. Il brutto è ovunque: nella volgarità gratuita dei reality e delle soap opera. Nelle pose davanti allo smartphone, a fare boccucce da selfie con le labbra a canotto. Nelle scemenze blaterate da youtubers brufolosi e idolatrati. Nell’omologazione più asfittica di valori, aspirazioni, sentimenti. Non siamo più i consumatori – oh, questo accadeva trent’anni fa, oramai siamo andati ben oltre. Ora siamo i consumati. Le nostre stesse esistenze sono il prodotto, venduto sotto forma di dati sensibili ad una grossa multinazionale che si occupa giorno e notte di profilare con amorevole solerzia la marca dei nostri calzini e le nostre preferenze sessuali. Le nostre identità – fisiche e digitali – sono oggetto di commercio nei meandri di una rete così oscura da far impallidire il deep web.

And feeling alive, these days, isn’t a little thing. Mostly, we settle for surviving in a boundless ocean of ugliness. Ugliness is everywhere: it is the cheap vulgarity of blockbusters. It is pouting for selfies with the smartphone. It is a pimply and idolized YouTuber blattering nonsense. It is the flat homologation of values, aspirations, feelings. We are no longer consumers – oh, this happened thirty years ago, we went far beyond now. Now we are the consummates. Now our existence is the product, sold in form of sensitive data to a big brand or a survey company profiling with loving attentiveness our socks and our sexual preferences. Our identities – physical and digital – are traded in the meanders of such an obscure network as to make the deep web pale.

Siamo carne un tanto al chilo, cibo per un mostruoso moloch. E l’opera di Marco Guglielmi ben rappresenta questo sentimento di “vuoto a perdere” delle nostre vite ridotte a ruota da criceti. L’obsolescenza dei suoi macchinari vetusti è, innanzitutto, l’obsolescenza della nostra cultura omologata dal frullatore mediatico. E’ bella una lama affilata che sovrasta un cervello parzialmente decomposto? Si, se serve ad avvisarci che quel cervello è il nostro, e che dovremmo farne un uso più saggio. Senz’altro è un forte monito a ricercare la bellezza dove essa, intristita e umiliata, ama nascondersi: in ciò che rifiutiamo di vedere. Nella nota dissonante, fuori dal coro. Nella polvere sotto il tappeto. Nell’ingranaggio rotto. Nelle crepe improvvise che incrinano la superficie della nostra presunta realtà, lucida e tersa come la buccia di una mela – perfettamente rotonda, perfettamente rossa, perfettamente insapore – su uno scaffale di Sainsbury.

We’re meat a lot per kilo, we’re food for a monstrous moloch. And the work of Marco Guglielmi masterfully represents this feeling of “one-way-bottle” in our lives reduced to hamster wheels. The obsolescence of his old rusty machines is, first of all, the obsolescence of our culture crushed and chopped in the meat mincer. Is it beautiful a sharp blade overhanging a partially decomposed brain? Yes, if it warns us that brain is ours, and we should make it a wiser use. Surely it is a pressing invitation to seek beauty where she – saddened and humiliated – loves to hide: deep in what we refuse to see. In the dissonant note, out of the choir. In the dust under the rug. In the broken gear. In the sudden rift cracking the surface of our so-called reality, glossy and smooth and clear like the peel of an apple – perfectly round, perfectly red, perfectly tasteless – on a shelf of Sainsbury.

Così non va. E anche noi – critici e “addetti ai lavori” nel mondo dell’arte – ne siamo i responsabili, per lo meno da quando abbiamo lasciato che l’arte concettuale a partire dagli anni 60 sganciasse fruizione artistica e fruizione estetica, anteponendo il pensiero al manufatto. Il piacere, vero motore dell’esperienza estetica, fu ridotto improvvisamente a zavorra; soltanto a pronunciarne la parola si passava per reazionari, demagogi, passatisti. L’avanguardia si confuse col cinismo, e tutti presero a fare i noncuranti. La nuova moda prese piede, coinvolgendo archistar, masterchef tristellati e commesse alla Standa con aspirazioni intellettuali. Ridicolizzare, ridimensionare e destrutturare (dal filetto di chianina alle spalline imbottite) divennero le nuove parole d’ordine. Le conseguenze di un simile understatement sono sotto gli occhi di tutti: uniformi misere e sformate di haute couture, case-tomba su AD, pappine insapori da guida Michelin preparate in lucide cucine-obitorio.

No, it is not fine. And also we – critics and art “workers” – are responsible for it, at least since we left conceptual art unhook artistic and aesthetic enjoyment, placing thought towards artifact. Pleasure, true motor of the aesthetic experience, was suddenly reduced to a ballast and passed for reactionary, demagogic, outdated. Avantgarde get confused with cynicism, and all at once everyone wanted to look not caring und unconcerned. The new look took hold, involving archistars, masterchefs and shop clerks with intellectual aspirations. Demolishing, debunking and destructuring (from Chianina fillet to padded shoulder pads) became the new code words. Exemples of this understatement are under the eyes of all: miserable rags of haute couture, tomb-houses on AD, insipid mushes cooked in polished morgue-kitchens in three stars restaurants on the Michelin guide.

Ora basta. Occorre una nuova forma di bellezza che tenda al ricongiungimento dei due acerrimi nemici storici: l’anestetico deve tornare a farsi poetico, emozionale; pensiero e piacere devono tornano a riallacciare il filo di un dialogo interrotto troppo a lungo, e porre fine alla profonda crisi aperta oltre un secolo fa dalle avanguardie storiche che distrusse la fiducia nella bellezza della forma e del corpo. La fruizione estetica deve tornare a essere un valore, per opporsi alla bruttezza dilagante, alla mortificazione rassegnata e alla mediocrità come imperativo etico. (Una nuova forma di) bellezza come micidiale arma di distruzione del consumo di massa, che dà ossigeno alla libertà creativa, che dà forma alla nostra individualità.

That’s enough. A new form of Beauty is needed for the reunification of two bitter historical enemies: the anesthetic must return to become poetic, emotional; thought and pleasure must reconnect the cut off thread of a dialogue, and put an end to the profound crisis opened over a century ago by the historical avantgardes that destroyed the confidence in the beauty of forms. The aesthetic enjoyment must return to be a value and resist rampant ugliness, resigned mortification and mediocrity as an ethical imperative. Beauty as a deadly weapon against mass consumption. Beauty giving oxygen to our creative freedom, giving shape to our individuality. A new kind of.

Stefania Minutaglio
Critico d’arte e Curatrice indipendente.
Co-Founder e Curatrice 11HellHeaven Contemporary e BeDifferent Art Show.